Finalmente ci hanno spiegato perché finiamo un'intera vaschetta di gelato davanti alla tv

Binge Eating, o meglio "mangiare emotivo". E potrebbe avere a che fare addirittura con un parassita nello stomaco.

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mag 16 2018, 9:24am

Foto via Flickr user VirtualWolf

Si parte da un solo biscotto, per poi finire con un’intera confezione di brioche. Dopotutto, chi di noi può vantarsi di essere realmente riuscito a fermarsi al biscotto iniziale? Ammettiamolo, un tale autocontrollo è quasi innaturale. Quando capita di mangiare certe cose, parlo di “cose” zuccherate, carboidrati ma anche proteine, il nostro cervello esplode di felicità. I cibi zuccherati, infatti, rilasciano dopamina nel cervello e, come spiega la nutrizionista Dana James, la dopamina “è un piacere per i neurotrasmettitori, quindi gli alimenti zuccherati sono una vera delizia. A noi serve questo tipo di risposta dal cervello, altrimenti non mangeremmo il cibo.”

La voglia irrefrenabile di alimenti zuccherosi, forse, potrebbe avere persino a che fare con un’infezione batterica o un parassita.

Dana James vanta una laurea magistrale in nutrizione alla Columbia University, è una dietista registrata a tutti gli effetti, e fa leva sia sulla nutrizione che sulla psicoterapia per aiutare chiunque si rivolga a lei con problematiche relative all’alimentazione.

Nell’episodio di VICELAND USTHE ICE CREAM SHOW,” James ha scambiato quattro chiacchiere con il nostro Isaac Lappert, raccontando un po’ quello che succede al cervello quando prendi una vaschetta di gelato a cucchiaiate davanti a Netflix. Anche noi però abbiamo voluto saperne di più, soprattutto sul lato “come darsi un contegno.”

Ecco quello che ci ha detto!

MUNCHIES: Iniziamo un po’ con quello che fai e come sei arrivata a farlo. Qual è il tuo percorso formativo? E che tipo di lavori svolgi, nello specifico?

Dana James: Sono una terapista nutrizionale, una terapista comportamentale e una professionista della medicina funzionale. In pratica lavoro con il corpo e con la mente, e in quanto tale prendo in considerazione entrambe le prospettive quando un paziente si rivolge a me. Spesso, infatti, quando qualcosa non va a livello fisico dietro ci sono problematiche biochimiche che, a loro volta, celano disfunzioni a livello mentale. L’aspetto emotivo cambia quello fisico, ed è spesso solo quando il secondo presenta un qualsiasi tipo di problematica che il paziente arriva da me. Per questo è importante saper decifrare sia quello che succede a livello fisico che mentale.

M: Come arrivi a diagnosticare il cosiddetto “mangiare emotivo”?

DJ: Spiego sempre alla persona davanti a me che esistono aspetti fisici ed emotivi da tenere in considerazione, e che si lavora prima con quello fisico, anche perché quello emotivo è in continua evoluzione. Partiamo da un esempio: arriva qualcuno che si abbuffa, fa binge eating, di gelato, e lo trova frustrante perché vorrebbe smetterla ma non sa davvero come fare.

Arrivato a questo punto, da me nello studio, il paziente presenta sia una risposta fisica che una emotiva al tutto. Quella fisica, per prima cosa, potrebbe rivelare uno sbilanciamento dei fattori biochimici nel cervello, e per questo possiamo avvalerci sempre della biochimica per abbassare o alzare gli scompensi.

Il mio secondo passaggio sarebbe poi quello di controllare il microbiota intestinale: i suoi livelli sono a posto? Il microbiota, ovvero quell'insieme di microorganismi che vivono nel nostro intestino, condiziona tantissimo la chimica del cervello. Il gonfiore, ad esempio, è indice di scompensi in questo caso, e a volte tutto il binge eating potrebbe dipendere da lì. Se invece si tratta di voglia irrefrenabili di alimenti zuccherosi, allora potremmo avere persino a che fare con un’infezione batterica o un parassita.

Il terzo passaggio potrebbe invece la dieta. Le voglie di zucchero incombono perché il paziente segue una dieta ricca di zuccheri? Perché spesso il motivo è questo! Più zuccheri si assumono, infatti, più il corpo ne richiede. I dolcificanti come la Stevia possono azionare questi meccanismi. Quindi, insomma, questi sono i primi aspetti da tenere in considerazione all’inizio. Così durante le seconde e terza sedute, posso concentrarmi sulla mente del paziente e sulle sue relazioni e legami, perché spesso lo zucchero funge da sostituto quando incombono mancanze. Molti, troppi specialisti si concentrano solo sul lato fisico delle cose.

M: Quali altri alimenti sono comuni quando si parla di “mangiare emotivo”?

DJ: Tutto ciò che è a base di carboidrati. Tipo pasta o pizza. Sicuramente poi arrivano le sostante burrose, come il burro di noci. Non hai idea di quante donne arrivino qui perché mangiano burro di noci sempre, in ogni momento, specialmente quando decidono di tagliare i carboidrati dalla propria dieta. Parlo d’interi barattoli fatti fuori in una sera. Prendete il gelato: ha sostanze grasse ed è zuccheroso, è una combinazione di grassi e carboidrati perfetta. E i carboidrati si convertono in glucosio, che poi è uno zucchero.
Il corpo umano ha bisogno di certi stimoli, se no non mangerebbe neanche.

Oggigiorno si parla molto di come gli zuccheri possano essere paragonati alle droghe, perché creano dipendenza, ma non è vero! Non sono delle vere e proprie droghe, non creano dipendenza.

M: Non l’avevo mai pensata in questo modo. Però in effetti se non sentissimo i morsi della fame, non mangeremmo.

DJ: Eh già! Oggigiorno si parla molto di come gli zuccheri possano essere paragonati alle droghe, perché creano dipendenza, ma non è vero! Non sono delle vere e proprie droghe, non creano dipendenza. Non possiamo provare si scatenino reali effetti d’astinenza con i cibi zuccherati. Sappiamo solo che stimolano la dopamina, e che la dopamina ti porta ad associare un dato cibo con una situazione di piacere. Se continuiamo a dire che questi cibi sono come la droga, rischiamo di allontanare chi ne fa abuso dalle proprie responsabilità, perché appunto inculchiamo a tutti il fatto che creino dipendenza e non se ne si possa fare nulla. Ecco perché la gente dice “quando addento una caramella o una torta, poi non riesco a fermarmi!”, perché si disassocia e allontana dall’atto. Ma non è vero. Sarebbe meglio dire “questo cibo mi piace davvero tanto. Quindi se inizio a mangiarlo so che il mio corpo reagirà ‘chiedendomi’ di mangiarne altro.” Meglio uscire dalla mentalità del “già che ci sono finisco l’intero barattolo perché tanto so che andrà così comunque,” ed entrare in quella del “è troppo buono, so che non mi so regolare.”

Non stiamo parlando di qualcosa “fuori dal nostro controllo” come le droghe. Non è questo il caso. Il controllo qui lo abbiamo noi.

M: Come curi i pazienti che vengono da te?

DJ: Come dicevo, il primo aspetto da valutare è quello fisico. Quindi potrei somministrare loro aminoacidi o altri tipo di farmaci volti a bilanciare la biochimica del cervello. Poi si passa ai comportamenti e alla psicoterapia cognitivo-comportamentale, che è un passaggio quasi imprescindibile quando si trattano disturbi legati al binge eating. Creo tre step di cura. Ok, provo a darti un esempio pratico: quando cambi prospettiva su qualcosa, cambi anche la tua risposta emotiva, comportamentale e fisica sulla stessa.

Quindi, poniamo ci sia questa fantastica teglia di biscotti appena uscita dal forno. È piena di cookies buonissimi, già solo l’odore ti fa venire l’acquolina in bocca. Tu cerchi di dirti che “ne mangerò solo uno,” sapendo che questo “uno” si moltiplicherà almeno per cinque. Ecco, se capitasse un qualsiasi avvenimento che cambia questo tuo desiderio, come un gatto che decide di urinare sulla teglia, tu non li mangeresti più, ti passerebbe la voglia! E questo perché la tua percezione sui cookie virerebbe verso il disgusto. Questo è ciò che serve.

Quando a usare la psicoterapia cognitivo-comportamentale è un professionista del settore, i risultati sono sorprendenti. Si può arrivare persino a scardinare ricordi dell’infanzia. Un altro esempio: possono arrivare da me pazienti che amano “rubacchiare” caramelle quando non dovrebbero, perché associano questo comportamento a quando avevano sei anni e farlo era divertente. Parliamo quindi di ricordi impressi nella mente. Ecco, con la psicoterapia cognitivo-comportamentale si arriva a scardinare e distruggere quel ricordo, cosicché ai clienti passi la voglia di smangiucchiare caramelle in giro per la casa.

M: Ok, abbiamo capito che binge eating e abuso di sostanze non siano comparabili. Quando si parla di cure, però, possiamo parlare di simili modalità?

DJ: Sì, possono essere molto simili, basti pensare agli Alcolisti Anonimi: il modello è simile a quello della psicoterapia cognitivo-comportamentale. Si tratta di tornare indietro nel tempo e focalizzarsi sul perdono e su tutti quei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza che ci permettono di capire perché si stia abusando di alcol o droga. Gli Alcolisti Anonimi non si avvalgono di medicinali, ma qualora servissero può sempre arrivare uno psichiatra a somministrarle.

Interessante. Grazie per aver parlato con noi, Dana!

Quest'intervista è stata editata per motivi di lunghezza e chiarezza.

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Quest'articolo è originariamente apparso su Munchies US.