Tutte le foto per gentile concessione di Ca'Mariuccia ove diversamente indicato

La cascina a un'ora da Torino che fa un'ottima pizza e accoglie i migranti

Ca' Mariuccia è il progetto di agricoltura etica e inclusione sociale che tutti dovrebbero conoscere. Dall’accoglienza, checchè se ne dica, ci guadagnano tutti.

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lug 31 2018, 10:45am

Tutte le foto per gentile concessione di Ca'Mariuccia ove diversamente indicato

"Sai qual è il bello di una cascina? È che c’è un’abilità per tutti”.

Comincia così la chiacchierata con Andrea Pirollo, il gestore di Ca’ Mariuccia , un progetto di agricoltura etica e inclusione sociale nelle colline del Monferrato, in Piemonte. La mia prima impressione è lo stupore: stupore per il trasporto con cui racconta tutte le loro iniziative. Sarà che sono cittadina, mi dico.

Quando conosco qualcuno che parla di resistenza, normalmente lo fa su Twitter e dal suo divano con aria condizionata.
Se conosco qualcuno che quella resistenza la pratica ogni giorno, è più plausibile che viva fuori dalla città, in zone aspre, dove gli sforzi devono essere maggiori.

“Se vedi le campagne che esistono oggi, lo devi ai migranti che venti anni fa sono venuti in Italia, quando qui in Italia tutti volevano fare i manager. Tra dieci anni, chi si prenderà cura di questi campi?”

Le persone coraggiose fanno cose coraggiose, evitano la mollezza: è così che mi immagino Andrea aprire Ca’ Mariuccia due anni fa, sognando di gestire un avamposto di cultura etica, sociale e agricola nelle colline del Monferrato. E, in breve, ci sta riuscendo.

La pizza contadina

“La pizza non deve essere un prodotto di classe”

Tre camere, un ristorante, cinque alpaca, due struzzi, un laghetto, un orto in permacultura, svariate oche e galline, una pizzeria: tutto si svolge in una cascina ristrutturata ad Albugnano, in provincia di Asti, un territorio verde non ancora esploso dal punto di vista turistico.

Foto dell'autrice



“La pizzeria l’abbiamo aperta per avvicinare i giovani”: una pizza contadina, la chiamano, perché viene condita con ortaggi del loro orto e con verdure antiche, coltivate in casa o da piccolissimi agricoltori dei dintorni.

Chi la prepara è un pizzaiolo di Napoli che ha lavorato in diverse pizzerie del Piemonte, ma non si chiama “pizza gourmet”: “La pizza non deve essere un prodotto di classe”, conferma Andrea.

E infatti si parte dai cinque euro della margherita per arrivare agli undici della loro pizza stagionale: mozzarella fior di latte, robiola di Cocconato profumata alle erbe, misticanza di verdure dell’orto, carciofi, fiori di zucca, pomodorini confit, granella di nocciole e la riduzione del loro Albugnano, un 100% Nebbiolo prodotto in queste zone.

Ca’ Mariuccia fa parte dei centri di rifugi diffusi per migranti, che qui finiscono per rimanere e trovare lavoro

I vini con un nome

Foto dell'autrice

Qui si produce anche il vino, biologico ma non (ancora) naturale. Ogni vino ha il nome di un legame: c’è Il Tato, dedicato al fratello di Andrea, scomparso due anni fa; c’è La Luna, che è la loro cana; c’è il vino dedicato alla compagna di Andrea, e chi sa a quante persone si aprirà ancora questo cuore.

Sono Freisa, Barbera, Nebbiolo: vini superiori, affinati quindi diciotto mesi in botte, e i bianchi con metodo Martinotti; vini fatti per durare, essere stabili.

Ah, sì, anche i maiali hanno un nome: si chiamano Matteo e Mattia.

Il Ristorante

Poi c’è il ristorante, aperto nel weekend la sera e il sabato a pranzo. Per ora si cambia menu ogni settimana, basandosi su ingredienti del loro raccolto e sempre stagionali: “Siamo onnivori, ma abbiamo una grande proposta vegetariana”. Con 35 euro vini inclusi hai un menu fisso con tre antipasti, due primi, un secondo con contorno e tris di dolci. Poi ci sono gli eventi, a cadenza saltuaria: il fritto misto, la bagna cauda, ma anche chef stellati per cene a 4 mani.

“Da settembre apriremo a mezzogiorno, dal martedì alla domenica, con una vera e propria carta. La nostra offerta risponderà sempre a tre soli punti: biologico, stagionale, locale. E ovviamente sociale.”

Una cascina per resistere

Cosa vuol dire sociale?, chiedo ad Andrea.

“Sociale per noi significa mantenere vivi i campi, formando chi tra venti anni se ne prenderà cura. Cerchiamo il profitto, ovvio, siamo un’azienda, ma la cascina deve essere prima di tutto un modello di accoglienza sociale”. Ca’ Mariuccia fa parte dei centri di rifugi diffusi per migranti, che qui finiscono per rimanere e trovare lavoro: pelare le patate, coltivare l’orto, confezionare i prodotti che producono e vendono. In cascina c’è lavoro per tutti. Andrea mi racconta come funziona l’accoglienza: “Puoi accogliere i rifugiati dando disponibilità alle prefetture, che ti riconoscono 900 euro al mese: dai un posto letto, ma a noi non interessa. Non cerchiamo scambi di umanità”.

I rifugiati a Ca’ Mariuccia arrivano dopo, per essere inseriti in progetti formativi sovvenzionati dalla Regione o dall’Unione Europea: in questo modo Andrea fa da tutor formativo, mentre chi arriva impara un mestiere come agricoltore, panettiere o pizzaiolo.

“Se vedi le campagne che esistono oggi, lo devi ai migranti che venti anni fa sono venuti in Italia, quando qui in Italia tutti volevano fare i manager. Tra dieci anni, chi si prenderà cura di questi campi?”. Andrea parla per interesse, ma anche per generosità: “Accolgo i rifugiati e li formo perché ci credo”. Le campagne sono sempre state un luogo di accoglienza per migranti, e Ca’ Mariuccia si inserisce in un progetto più ampio di agricoltura sociale. “Oggi dobbiamo prenderci la responsabilità e il tempo di formare le persone che lavoreranno la terra”. E quindi qui lavorano tre rifugiati: uno è Hassan Keita, l’aiuto pizzaiolo di Ca’ Pizza.

Spiega così anche la disponibilità nel menu di prodotti che arrivano da progetti sociali, come le orticole prodotte dentro il carcere di Asti, verdure trasformate da terreni confiscati alla Mafia. “Sì, c’entra la qualità intrinseca del prodotto. Ma li scegliamo soprattutto per la finalità sociale”.

Il bilancio energetico

Una cascina può diventare il punto di partenza per ragionare con le persone che questo territorio lo abitano, per integrare idee che qui – e anche altrove – sono innovative, come la biodiversità, il cambiamento climatico, lo spreco alimentare, l’autoproduzione. Quando inserisci queste idee nella terra, quando le innesti in un’area dove c’è poco, diventi un punto di riferimento per chi cerca opportunità ma non sa dove trovarle.

Dall’accoglienza ci guadagnano tutti. Andrea mi dice: "Vedi, il bilancio di un’azienda è dato anche dall’energia”. Oggi qui lavorano 12 persone, e mi sembrano tutte felici.

Ca’ Mariuccia è a 37 chilometri da Piazza Vittorio, a Torino: meno di un’oretta di auto per ritrovare un po’ di concretezza, in un progetto - e in una pizza - che fanno sognare.


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