Tutte le foto dell'autrice

Sono stata nella cantina condominiale clandestina dove si assaggiano bottiglie introvabili

Vino naturale is the new "sesso droga e rock 'n roll".

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mag 29 2018, 7:06am

Tutte le foto dell'autrice


Roma, quartiere Trieste Salario, ai confini dei Parioli. Sono qui perché da qualche parte in un palazzo anni Venti abitato dalla buona borghesia risiede l’autoproclamata cantina condominiale clandestina.

Sul condominiale non ci piove: si entra nel cortile del palazzo, si suona un campanello per farsi aprire il portone e si scende sottoterra, in quel corridoio buio e umido che si somiglia in tutti i condomini di tutte le città. Solo che questa specifica cantina, anziché essere il ricettacolo polveroso di quello che non ti vuoi più trovare davanti agli occhi in casa, è diventata un piccolo sancta sanctorum del vino naturale: 18 metri quadri stipati fino al soffitto di bottiglie rare, annate vecchie e altri feticci degli appassionati del genere.

Nell’ultimo anno da qui sono passati alcuni tra i più bravi produttori di vino naturale: Radikon, Cantina Giardino, Pacina, JNK, Collecapretta, Tenuta Grillo, Etnella, Podere Veneri Vecchio, Castello di Stefanago, una trentina di degustazioni. Più quella di stasera a cui partecipo anch’io, dedicata a Il Vinco , tre vignaioli del lago di Bolsena su cui ho già speso qualche parola.

La storia della cantina clandestina funziona così. Ci sono due amici appassionati di vino naturale, Fabrizio e Saverio. Fabrizio abita nel condominio. Saverio salva varie bottiglie dall’imponente collezione di suo padre, nel momento in cui il padre decide di venderla. Accumulano bottiglie su bottiglie. Serve uno spazio per conservarle. Decidono di ripulire la cantina. Siccome molte sono bottiglie preziose, decidono che sarebbe uno spreco berle da soli e pensano di invitare degli amici a condividerle.


Un anno e molte bevute dopo, gli amici sono diventati 150 fortunati iscritti a un gruppo Whatsapp, unica via d’accesso agli eventi della cantina clandestina. E le uniche foto compaiono, solo a serata a avvenuta, su Instagram, che poi è come l’ho scoperta anch’io.

Verso le otto inizia ad arrivare gente, in tutto saremo una quindicina, di più non ci si sta. Tutti arrivati tramite passaparola. Un pubblico vario, dal signore in cravatta al ventenne col gel nei capelli, a me. Gente che non ha niente in comune se non il fatto di essere dei nerd del vino naturale. Anche se Fabrizio mi corregge: “Arriva anche qualcuno che non sa manco cosa sia il vino naturale, ne abbiamo convertiti tanti.”

Le serate si ripetono una o due volte al mese e l’insolito via vai fuori e dentro il vano cantine ha sollevato nel tempo alcuni interrogativi nei condòmini, che più volte hanno rivolto a Fabrizio la seguente frase:

“Ma voi. Qua sotto. Che state a fa’?”

Gli abitanti si preoccupano, temono festini sesso e droga nel seminterrato (vai a spiegargli che sono solo raffinati vini eco-sostenibili), la cantina clandestina entra nell’ordine del giorno delle assemblee condominiali, il condominio si spacca: “Alcuni hanno iniziato a venire alle serate, altri restano diffidenti, si lamentano col portiere” racconta Fabrizio. E conquistarsi il portiere, vero detentore del potere in ogni condominio, è stato un passaggio cruciale: “Con lui c’è stata una lunga negoziazione, foraggiata da numerose bottiglie, e alla fine siamo arrivati al compromesso: ok le sbocciate clandestine, ma a mezzanotte si chiude."

Stasera assaggiamo - e ascoltiamo - Il Vinco. Ci sediamo tutti vicini, tra sgabelli, divanetti e poltrone con cui Fabrizio e Saverio hanno arredato la cantina. Nel frattempo i produttori (Nicola Brenciaglia e Daniele Manoni, il terzo è Marco Fucini ma stasera non c’è) raccontano la storia dell’azienda, il loro modo di fare vino, la loro ricerca su un vitigno autoctono della zona di Marta, il canaiolo nero. Raccontano della scelta di fare vini naturali, e di come sia più facile farli capire e venderli ai ristoratori internazionali che a quelli del tuo paese.


Arriva anche il cibo: fior di latte e acciughe, salumi, un pasticcio, pane e olio. Nessuno se ne andrà affamato. “Altre volte ho fatto polpette alla romana e vignarola – racconta Fabrizio – o capita che anche gli invitati portino qualcosa di cucinato. Non c’è una regola, l’unico palinsesto sono i vini, il resto è spontaneo.”

Quando si rompe un bicchiere scatta l’applauso. Quando Nicola del Vinco si commuove assaggiando l’ultima annata del suo Canajò scatta il brindisi. Se vuoi andare in bagno, esci e cammini fino all’alimentari pakistano al di là della strada, perché spiega Fabrizio: “Con lui abbiamo un accordo: grandi acquisti di patatine e salatini in cambio dell’uso del cesso.” In un paio d’ore la degustazione diventa una bevuta in compagnia tra sconosciuti, circondati da pile di magnum introvabili.

"Prima qui ci venivamo a giocare a tressette – racconta Fabrizio – e l’idea è che le degustazioni clandestine conservino lo spirito del tressette. Ad esempio non c’è la domanda del sommelier, quella che ammazza la conversazione. Il pubblico è misto e ci teniamo che sia così, quasi nessuno lavora nel settore del vino.”

E però il tenore delle bottiglie fa una inevitabile selezione di pubblico. Specie a fine serata quando il produttore ospite sceglie dalla collezione di Fabrizio e Saverio una bottiglia da stappare. Collezione che conta quasi duemila bottiglie, di cui 150 magnum e che comprende cose come un Oslavje Riserva Ivana di Radikon del ‘9 7 (“La bottiglia più introvabile mondo dei vini naturali” mi fa Saverio) oppure un Gravner pre-anfora, del '91. Ecco, se questi due nomi non vi dicono niente è inevitabile che nel corso della serata potreste non capire a pieno l’euforia dei vostri compagni di bevuta.

A volte succede che i vignaioli arrivino qui e restino basiti perché Fabrizio e Saverio hanno alcune loro bottiglie che loro stessi pensavano estinte. Ovviamente tutto questo ben di dio necessita spazio, ragion per cui i due stanno tentando un’opera di convincimento sulla vicina di cantina, per allargarsi nel vano adiacente. Purtroppo per tutti noi la signora pare un osso duro. A un certo punto della degustazione compare il porron, una specie di brocca col collo lungo tipica della Catalogna: va riempita di vino e fatta girare fra i commensali che a turno si versano direttamente il vino in bocca. Ed è quello che facciamo noi stasera, prendendo per buono il tragico consiglio di qualcuno: “il vino va versato direttamente sui denti!”


Ultimo rituale della serata, la firma della porta. Cioè il produttore ospite lascia una dedica in mezzo alle già fittissime frasi di chi lo ha preceduto al condominio. Leggere quelle vecchie è uno spasso: scopri che i vignaioli un po’ ubriachi hanno un buon senso dell’umorismo.

Prima di salutarci c’è la divisione delle spese e, considerato cosa si è mangiato e bevuto stasera, si tratta di una spesa più che onesta. Fabrizio e Saverio dicono che a loro non interessa guadagnarci e di mestiere fanno tutt’altro.

Ci salutiamo. Per me sarà difficile tornare tanto presto, per quel problema irrisolto delle 3 ore di treno in mezzo, e mi dispiace un po’. Tutti gli altri invece si metteranno in ascolto sulla chat di gruppo, cercando di prenotarsi in tempo per la prossima serata che ospiterà due cantine spagnole: Cauzòn e Barranco Oscuro.

Già me li vedo questi simpatici nerd del naturale, che convergono qua alla fine di una giornata di lavoro, sfidando il traffico romano, suonano al condominio, scendono giù. E passano insieme quattro ore sotto terra, a godersi la raffinata caciara della cantina clandestina, come se fosse una lunga partita di tressette.

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