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Ho cenato nel ristorante dove paghi il conto con i follower ed ecco come funziona

Da This is Not a Sushi Bar a Milano paghi il conto con i follower, o meglio lo paghi in parte. Conviene, come funziona e soprattutto è un modello vincente?

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ott 18 2018, 9:41am

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Resta comunque il fatto che questa trovata pubblicitaria stimoli non poche riflessioni su cosa stiamo diventando: testimonial facilmente corruttibili col minimo investimento.

Io coi numeri sui social ci lavoro. Dalla quantità dei miei follower dipende molto del mio potere contrattuale quando valuto una proposta, in base al mio engagement – per i profani, il monte di interazioni di una pagina o di un singolo post – vengo considerato come testimonial attendibile per una collaborazione. Avendo quasi 30.000 follower – che io chiamo Follouà – sulla mia pagina Facebook e 20.500 su Instagram rientro nella schiera degli influencer, sebbene detesti questa etichetta (se non altro perché accorpa tanta gente che non veicola alcun tipo di contenuto e che punta a guadagnare una fracca di soldi senza saper e voler fare nulla. Iniziamo a dire le cose come stanno).

Appena Munchies mi lancia la chiamata alle armi i miei antennini si rizzano, turgidi e vigorosi. “C’è questo locale che fa pagare in follower”, mi dice Munchies, “vuoi andare a provare?”. Leggo il comunicato. Conosco già This Is Not A Sushi Bar, una catena italiana di sushi nata 11 anni fa con 6 punti vendita sparsi per Milano. Il loro business-core sono le consegne a domicilio, i locali sono tutti abbastanza piccoli con circa una dozzina di posti a sedere su sgabelli.

Cosa hanno pensato quelli di TINASB (da qui uso l’acronimo per comodità): per la sola sede di via Lazzaro Papi puoi pagare il conto anche in follower di Instagram (Facebook non conta quasi più un cazzo). Ciò vale solo se consumi in loco e soltanto dopo aver postato una foto con il tag del brand e apposito hashtag prima di andare in cassa.

Al momento del conto il cassiere ha già ricevuto la notifica sullo smartphone e decurta i piatti a seconda dei seguenti scaglioni: sotto i 1.000 follower paghi tutto (ciao povery) / da 1.000 a 5.000 un piatto gratis / da 5.000 a 10.000 due piatti gratis / da 10.000 a 50.000 quattro piatti gratis / da 50.000 a 100.000 otto piatti gratis / da 100.000 cena offerta e ti compri il locale. No, quest’ultima no.

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Le reazioni dei miei follouà alle mie stories su Instagram

Vado quindi a occupare un tavolo per vedere se tutto funziona come promesso e a riscuotere la mia cena parzialmente a scrocco mentre chiedo ai miei Follouà di scrivermi cosa ne pensano tramite delle IG Stories ottenendo queste risposte.

Sono con un’amica, decidiamo di dividere ogni portata. Oltre a noi c’è solo un altro tavolo con tre ragazzi. Il ragazzo alla cassa mi spiega come funziona il tutto: il primo piatto si paga, poi si sfronda.

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Il Chirashi, che sarà l'unica cosa che pagherò davvero

Ordiniamo cinque portate con l’intento di pagarne una: Chirashi Salmone Brulé (delicato con la salsina agrodolce che supporta le fette di pesce appena scottate), Uramaki Broadway (con riso al nero di seppia e frammenti di foglie d’oro, interessanti nel gioco acido-croccante della mela e il lieve pizzicore in coda della maionese piccante), Sushi Small con nigiri e hosomaki e dei Gunkan White Fish con orata (tutto abbastanza ordinario) e Uramaki Crispy Tuna Wrap (con gambero in tempura a far da spina dorsale mentre il tonno interagisce bene con l’umami spinto della salsa kabayaki). Ho qualche riserva sulla cottura del riso, sempre un po’ avanti, per il resto tutto ok.

Faccio il mio post come da “regolamento” con tag e hashtag, mi faccio ritrarre in posa per dare a Munchies una copertina per il pezzo come un vero influencer mentre fingo di addentare un uramaki – solo che poi lo mangio davvero – e al momento del conto pago solo una birra grande e il piatto più costoso, il Chirashi. Solo 20,90€ su un conto di quasi 60 pippi. Cena parzialmente scroccata e dopo un’ora e mezzo è come se non avessi mangiato, digestione liscia liscia, perfino il gambero in tempura che ogni tanto può dar rogne – quando è fritto male – se ne va senza lasciar traccia.

Veniamo alla questione principale, partendo dalla questione di social e follower.

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Quando vi dico che Instagram è un mondo falsato, probabilmente non vi sto dicendo nulla di nuovo. La quantità di profili di aspiranti soubrette e improvvisati foodblogger pronti a tutto pur di apparire qua e là per rimediare una sponsorizzazione da qualche centinaio di euro è enorme. Tanti medio-grandi influencer acquistano – o hanno acquistato in tempi non sospetti – follower fake per aumentare il numero e adulterare quindi il mercato (chi è che ruba il lavoro?) oppure ricorrono a bot, ovvero algoritmi che giocano col follow-unfollow o commentano con frasi pre-impostate: insomma, se vi appare un “Nice pic” sotto una foto sappiate che quello è un bot, tra l’altro dalla misera fantasia.

Ci sono anche i gruppi di blogger che si uniscono per interagire reciprocamente sui loro profili per cannibalizzarsi la audience. Ci sono mille modi per inquinare il mercato e personalmente diffido da chi sventola ai quattro venti di essere verginello e bot-free. Se non lo sei non serve ribadirlo. C’è comunque chi si fa il mazzo e ha una crescita organica. Quindi in uno scenario del genere in cui chi gode di certi “privilegi” come cene stampa in cui sbrodolare che è tutto buonissimo perché gratuito o ricevere prodotti per far pubblicità occulta piazzando il tag dell’azienda in mezzo a una melensa slavata di palle sull’amore e altre amenità simili, spesso scritta anche male, un sistema di pagamento così è una roulette russa, soprattutto se poi il riscontro reale non c’è.

Credo piuttosto che la fascia più ricettiva a cui mira TINASB sia quella dei "piccoli-influencer" compresi tra 1.000-10.000 seguaci e che sta fuori dai “giri giusti”. Sono quelli che tornano – il pesce grosso sì ti trasforma il locale in un “must” nel breve periodo, ma lo becchi una volta, la prossima esigerà pecunia – e che magari se ne vantano un po’ con gli amici trascinandoli, quelli che hanno un seguito Vero e disinteressati ad averne di più e capaci di innescare una catena di Sant’Antonio.

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Un investimento miserrimo per l’azienda, se ci pensate, 10-20 € in media di sconto su uno o due piatti in cambio di testimonial sempre attivi. È pubblicità gratuita, non perché quel piatto ti ha fatto impazzire ma soltanto per Esserci Stato. Sebbene la trovata dia eco mediatica immediata al brand, bisognerà vedere quanto reggerà la macchina una volta sgonfiata l’euforia del momento, se si manterrà costante nel tempo. Fammi entrare per favore nel tuo giro giusto, cantava anni fa Bugo e c’aveva ragione.

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Mi faccio comunque un giro su Instagram per capire quanti hanno usufruito del pagamento – escludendo chi ci è stato per l’evento per la stampa che è stato l’11 ottobre – uso l’hashtag e la geolocalizzazione della sede di Lazzaro Papi. Due influencer oltre i 200.000 follower, quattro nella forbice 10-50.000, qualche altro nella fascia sotto, alcuni però non fanno menzione di nessun tipo di pagamento agevolato. Il mio post fa per ora più di 700 like (messo su intorno alle 22, non un orario di punta), una dozzina di commenti e ho ricevuto circa 20 risposte alle Stories. Non so se qualche mio seguace sia andato o ci andrà, attendo cenni dalla mia audience.

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Ad ogni modo, il parallelo poi con Nosedive, la prima puntata della terza stagione di Black Mirror mi pare evidente. Per chi non l’ha vista: in un futuro non troppo remoto le persone ricevono un punteggio dagli altri utenti che incontrano, anche accidentalmente e che sono comuni cittadini, su una fantomatica piattaforma. Il rating ne stabilisce lo status sociale e l’accesso a beni e servizi “reali”. La fiction aumenta il lato grottesco di un qualcosa che è comunque già realtà, ovvero la percezione distorta che abbiamo degli altri fondata su numeri e interazioni. Io stesso ne vedo le conseguenze su di me nel mondo “reale”. Saldare il conto del ristorante in follower, esulando dal risvolto morale/moralista di usare chi ti segue per ottenere un benefit (che è un po’ il potere contrattuale a cui accennavo all’inizio), equivale però a pagare in narcisismo. È pagare in base alla tua reputazione, vera o presunta che sia. Né più, né meno. E non voglio sforare con lessate di culo sull’ansia da prestazione che tutto ciò genera in tantissime persone, vi risparmio la seduta di psicoterapia.

URAMAKI nero di seppia

A ciò si somma la malattia del Presenzialismo da cui sono (ok: siamo) affetti sia influencer/utenti, sia una caterva di ristoratori. Non li conto nemmeno i locali a Milano che puntano più a diventare La Mecca dei “foodies” grazie all’instagrammabilità dei piatti – scenografici e pieni di fiorellini, germoglini e cazzettini che trovo irritanti – a discapito del sapore, della volontà di lasciarti un ricordo e della voglia di tornare perché il piatto vale l’uscita da casa. Ritengo che un ristorante debba far parlare di sé più per la qualità di ciò che propone che per essere un fenomeno social ma capisco anche l’esigenza di stare a galla nel mare magnum di un marketing selvaggio e di una concorrenza spietata. È tutto figlio del tempo.

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Ci saranno le obiezioni alle mie tesi, che non ho sviscerato anche perché non devo scrivere un saggio. Pagare in follower anche fake è come pagare con dei soldi che non ti sei guadagnato onestamente, non si può stabilire a priori se non con un’indagine. Ragione, ma le banconote sono quanto meno vere, un pubblico finto o disinteressato è un pubblico che non esiste. C’è chi potrà asserire che l’importante è che se ne parli. Ragione anche su quest’ultimo assunto ma in un paese maturo e dotato di senso critico dovrebbe valere più il Come Se Ne Parli. Terza obiezione: io che ne scrivo qui e che coi follower ci campo sono ingranaggio della grande macchina. Sì baby, ne sono consapevole anche perché vivo immerso come te nel Capitalismo che unisce gli opposti in una narrazione fondata sulla contraddizione e per questo difficilmente inscalfibile, siamo tutti ingranaggi della grande macchina, non si salva nessuno. Non ce ne sono verginelle, neanche tu.

Resta comunque il fatto che la trovata pubblicitaria di TINASB stimoli non poche riflessioni su cosa stiamo inesorabilmente diventando in maniera più o meno consapevole: testimonial facilmente corruttibili col minimo investimento, ognuno formichina nella sua bolla per poter dire Io C’Ero. Fammi vedere quanti follower c’hai e ti dirò cosa o quanto puoi mangiare. Benvenuti nella risto-distopia.

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