Tutte le foto di Alice Gemignani per MUNCHIES Italia

Ho mangiato come un cavernicolo per una sera con mani, gomiti e polsi

Non adatto ai germofobici. Il vantaggio? Poi non devi lavare i piatti.

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27 marzo 2018, 6:00am

Tutte le foto di Alice Gemignani per MUNCHIES Italia

Un modo primordiale, se vogliamo, che democraticizza l’atto del mangiare. E non adatto ai germofobici.

Mangiare con le mani mi diverte. Lo faccio spesso, sprezzante dei contesti, se è necessario, via le posate. Spesso le situazioni conviviali sembrano più test psicoattitudinali che occasioni in cui rilassarsi essendo se stessi e godere del buon cibo. Anzi, in molti sono spesso colti dall’ansia da prestazione, il bicchiere dell’acqua è questo? Da dove si parte con le posate? Avrò qualcosa incagliato tra i denti? Oddio, ho poggiato i gomiti alla tavola!

Così, quando ho scoperto che esiste una cosa chiamata Contatto Experience, una cena tra emeriti sconosciuti che mangiano con e dalle mani, ho voluto andare più a fondo.

Una cena fra emeriti sconosciuti che mangiano con le mani. Foto Alice Gemignani

Dietro il progetto c’è Giulia Soldati, designer milanese di 27 anni che durante l’Erasmus in Olanda ha ragionato sulle differenze culturali a tavola. La riflessione è dapprima sfociata nella sua tesi di laurea alla Design Academy di Eindhoven nel 2016, ma il tutto si è presto trasformato in un progetto tridimensionale – o “esperienza”, se vi piace di più – che ha fin qui coinvolto chef, ristoranti e musei.

Io con Giulia. Foto Alice Gemignani

Il movente di Contatto Experience è approcciarsi al cibo in modo più diretto scavalcando barriere e tabù. In primis, abbandonando piatti e posate servendo le portate sulle mani. Ciò induce il commensale a indagare sulla temperatura, la consistenza e la struttura di ciò che sta per mangiare e, soprattutto, a eludere tutta una serie di etichette che, volenti o nolenti, non ci fanno essere noi stessi.

Un modo primordiale, se vogliamo, che democraticizza l’atto del mangiare. E non adatto ai germofobici.

Cavernicoli si, ma puliti.

Quindi una sera riesco a intrufolarmi a una cena privata e vedere cos’è, in buona sostanza, Contatto Experience. L’appuntamento è in un appartamento a Milano abitato da due amici di Giulia, Emanuele e Laura. Non conosco nessuno, stringo la mano a tutti ma dimentico seduta stante i nomi. Ci sono tre coppie di fidanzati e due ragazze.

Sul bordo del grande tavolo nero posto al centro del soggiorno e dirimpetto alla zona fuochi ci sono nove tovagliette bianche con sopra mezzo lime, calici per vino e bicchieri per l’acqua. La mise en place è questa, fine.

Non ci sono sedie, si sta in piedi, chi ha cedimenti strutturali può piazzare le chiappe su delle comode panche strategicamente poste mezzo metro dietro. Giulia si muove con placidità tra i fornelli prendendo gli ingredienti che servono dalle ciotole che popolano il ripiano accanto ai fuochi.

Dopo un primo giro di spumante piemontese versato direttamente da Emanuele, arriva la prima di una lunga serie di portate. Sulla mano. Esattamente sulla “tabacchiera”, la fascia che sta tra indice e pollice chiamata così perché un tempo si soleva poggiarvi il tabacco prima d’annusarlo.

La prima portata sulla “tabacchiera”, la fascia che sta tra indice e pollice. Foto Alice Gemignani

Giulia dispone gli elementi su una mano di ogni partecipante. Guacamole e mazzancolla sbollentata. Tutto freddo. Mi concentro sulla consistenza della crema, che lentamente si allarga sotto il peso del crostaceo con un movimento lieve che quasi mi solletica. Chiudo gli occhi, apro la bocca. Il sapore è delicato, con la guacamole a occupare per intero la scena con la sua timida acidità.

In un batter d’occhio i calici si riempiono di vino rubicondo, un Marzemino che fa nove gradi e mezzo, leggerino per essere un rosso. Molto godibile, però, come il carciofo fritto con stracciatella di burrata che mi si parcheggia sul polso. Contrasto netto tra caldo (carciofo) e freddo (stracciatella), uno yin/yang che ingollo senza troppi complimenti.

Stracciatella e carciofo fritto.

La forchetta è stata introdotta nelle tavole occidentali solo nell’Ottocento e che in principio veniva associata alla figura del diavolo perché possedeva solo due rebbi, come il forcone.

L’impiattamento trasloca sul dorso della mano. Affiora una tartare di salmone marinato, buccia di limone caramellata e una spruzzata di gin, come fosse un profumo. Siamo ancora a temperature fredde e non nego che ciò stia per originare un lieve stimolo di diuresi. Che però non si sviluppa.

Tra una portata e l’altra, man mano che il vino viene seccato, le chiacchiere tra i partecipanti iniziano a essere più fluide e costanti, all’inizio c’era un po’ di impaccio collettivo.

Ci strofiniamo uno spicchio d’aglio sul palmo. Ce lo porge Giulia che poi intinge le punte delle dita in una ciotola con dell’olio e lo passa su ognuna delle nostre mani. I suoi movimenti sono delicati e aggraziati, carichi di una sensualità innocente o forse solo inconsapevole.

Mantiene un’apparente calma in ogni istante, se è nervosa, non lo dà a vedere. Il nuovo piatto si compone con acciuga sotto sale, puntarelle e crumble di pane. Una bruschetta scomposta che riproduce alla perfezione il sapore della bruschetta tradizionale, senza pomodoro stavolta perché non è ancora stagione.

Il fatto che i piatti non siano nulla di cervellotico e complesso negli abbinamenti è una mossa giusta. Giulia afferma di non essere una chef, ma non credo sia un limite creativo. Piuttosto fornire ai commensali sapori noti e facilmente intelligibili aiuta a concentrarsi sulle sensazioni tattili, senza dover scervellarsi su combinazioni difficili da decifrare.

Infatti la portata successiva è ancora più basica e primitiva delle altre. Un tuorlo d’uovo fresco di giornata condito con sale e pepe. Lo faccio oscillare lungo tutto il palmo della mano, che ho ripulito dal sentore d’aglio strofinando del lime.

Strofino il lime per ripulirmi dall'aglio.

È divertente sentire la superficie malleabile del tuorlo che rotola sulle dita e pensare che basterebbe serrare la mano per distruggerlo. Non lo spreco facendo il coglione, me lo ficco in bocca ed è subito ricordo d’infanzia d’un uovo à la coque.

Il tuorlo d'uovo in mano prima di essere ingurgitto.

Col vino si sale di gradazione e di ebbrezza, che cresce simpatica e loquace. Il Teroldego accompagna un’altra portata piuttosto ludica.

Sulle punte delle dita ho un trito di pistacchio e bottarga di muggine. Giulia adagia degli spaghetti ancora caldi ma non troppo, saltati in padella con aglio, olio e scorza di limone.

Gli spaghetti con trito di pistacchio e bottarga di muggine.

Ci spiega che la forchetta è stata introdotta nelle tavole occidentali solo nell’Ottocento e che in principio veniva associata alla figura del diavolo perché possedeva solo due rebbi, come il forcone. Questo piatto è ispirato ai mangiamaccheroni che nel Settecento mangiavano la pasta con le mani per strada a Napoli e che sono raffigurati in numerose illustrazioni.

Chiudo la mano e inizio a massaggiare gli spaghetti con il trito per condirli. Ficco in bocca.

Anche se siete dei fighetti a un certo punto vi libererete di quella scopa che avete su per il culo, il vino scioglierà ogni formalità e vedrete che condividere comportamenti mediamente cavernicoli sbrodolandovi vi renderà più simpatici a voi stessi e al resto del mondo. Tuttavia, se quella scopa non riuscite a espellerla neanche in queste circostanze, andrei da uno psicologo, fossi in voi.

Anche perché la prossima portata richiede abilità di lingua, quindi nessuna inibizione. Un lembo di pasta fresca all’uovo tirata a mano e tagliata a forma di sellino di bicicletta, Giulia lo poggia sulla tabacchiera, è molto caldo ma si fredda rapidamente. Arrivano poi una purea di zucca, guanciale croccante e ricotta salata.

Un raviolo aperto che si chiude sollevando con la lingua la parte più stretta della pasta che va verso il polso. Gnam, in un sol colpo.

Come in un sol colpo ingurgito un tentacolino di polpo caldo spiaggiato su della crema tiepida di topinambur, un connubio interessante anche nel sapore.

Alla soglia del settimo calice potrei dichiararmi ubriaco ma tengo duro.

Giulia estrae dal forno delle pietre. Sono molto calde ma non si rischia l’ustione. Ce le passiamo tra gli ospiti stringendole per una decina di secondi. Servono a riscaldare tutta la mano e favorire lo scioglimento del grasso della sottilissima fettina di guanciale che adesso giace sul mio palmo, condita con del miele di castagno.

La fettina di guanciale e la pietra calda. La pietra si tiene in mano e servirà poi sciogliere il grasso del guanciale.

Ora, questa è una roba che somiglia molto a un cunnilingus, più del raviolo aperto, mera pornografia a tavola. Se non vi viene un fremito o la voglia di emettere un lieve gemito, fatevi qualche domanda. Io mi sto eccitando ma mantengo il massimo contegno.

Dopo aver incamerato ben otto calici di vino, penso che almeno con l’alcol per oggi ho dato. Non ho fatto i conti con l’oste, però, ovvero il dessert, l’ultima portata di questa cena cavernicola.

Briciole di brownie al cioccolato insaporito con scorza d’agrumi e peperoncino e un tocco di gelato al cioccolato. Dopo qualche secondo la parte ghiacciata inizia a punzecchiarmi i muscoli in maniera quasi fastidiosa, devo quindi mangiare. Lo faccio ma non è finita.

C’è uno shot di rhum che m’aspetta per completare il piatto. È un attimo, è il colpo di grazia. Tanto a casa mi ci riporta l’autista del tram.

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