Tutte le foto di Andrea Di Lorenzo per Munchies Italia

Ho passato un giorno a mangiare le grattachecche dei chioschi storici di Roma

DiAndrea Strafilefoto diAndrea Di Lorenzo

Quello del grattacheccaro è un mestiere centenario. Lo fanno ancora in pochi, ma si tramanda da generazioni e nasconde racconti di vita e aneddoti bellissimi.

Tutte le foto di Andrea Di Lorenzo per Munchies Italia

Non provate nemmeno a chiamarla granita. Almeno se ci tenete a non essere rincorsi per tutto lo Stivale con un grattino per ghiaccio agitato tipo clava da una ristretta cerchia di romani veraci.

Qualche settimana fa, la nostra nuova collega di Vice appena arrivata da Roma, mi ha chiesto: “Senti, ma qui a Milano dove posso trovare una buona grattachecca?”
“Non puoi trovare nessuna grattachecca.”

La grattachecca si fa a mano. Punto. Sennò chiamala in un altro modo. Anzi, storicamente si faceva mettendo il ghiaccio nelle mani dei clienti, si versava lo sciroppo e tu lo mangiavi così, senza cucchiai e niente.

Perché la grattachecca a Roma è un simbolo: il simbolo del caldo torrido che ti squaglia la faccia nelle giornate estive della Capitale e del dormire sereno nelle serate in cui manca il respiro. L’emblema di una città in un limitato periodo dell’anno.

Chiosco di via Magna Grecia. Foto di Andrea Di Lorenzo

Se la granita è acqua con sciroppo che viene fatta ghiacciare, la grattachecca è ghiaccio puro grattato grezzo a cui vengono aggiunti sciroppi e frutta fresca. E alcol, alle volte, ovvio. Potreste trovarla anche fuori da Roma, a Napoli si chiama “Rattata”, ad esempio, ma è nella Città Eterna che nasce e cresce da un secolo a questa parte.

Piccola parentesi storica, doverosa e interessante: l’idea di rinfrescarsi con del ghiaccio tritato viene dai tempi in cui non esistevano frigoriferi per conservare gli alimenti. Dalle montagne del vicino Abruzzo, i nevieri andavano a staccare pezzi di ghiacciai che caricavano sul dorso di un asino e portavano a valle isolati da un po' di paglia. Da lì partivano quindi per Roma, dove rivendevano i blocchi di ghiaccio alle famiglie e ai locali.

L’etimologia verrebbe dal verbo grattare e dal nome con cui venivano chiamati questi ghiaccioni, checche per l’appunto. Anche se ho scoperto una storia molto più bella, che considererò quella ufficiale e che vi racconterò tra qualche riga.

Ma torniamo a noi, al caldo devastante di fine giugno in una Roma ancora troppo piena di gente.

Nella mia idea di milanese, volevo raccontare la storia di un mestiere che pensavo essere in declino totale. Non ne sentivo parlare da un po', per cui mi sono autoconvinto che non ci fossero più persone attaccate a un mestiere tanto semplice quanto antico. Ho pensato che per combattere le temperature roventi si preferisse una granita chimica che puoi trovare in qualsiasi bar. Ecco, fondamentalmente questo è il racconto di quanto mi sia sbagliato.

Così ho indossato la mia tenuta da barcaiolo panamense e sono andato in giro per la città a mangiare grattachecche e ad ascoltare le storie incredibili che quelle persone avevano da dirmi. Naturalmente accompagnato dal santo Andrea Di Lorenzo.

Le grattachecche vanno ancora forte, mettiamo subito questa cosa in chiaro. Però di chioschi ne sono rimasti pochi, una decina al massimo. E sono tutti, o quasi vecchi quanto la grattachecca stessa, chi più, chi meno.

Grattachecche Roma: Er Chioschetto di via Magna Grecia

La prima tappa del nostro viaggio ghiacciato è il chiosco di via Magna Grecia, in zona San Giovanni, Er Chioschetto Giallo e verde, sgargiante, per farsi vedere.

Er Chioschetto, Roma.

Con un gomito appoggiato sul piccolo banco e la mano sul mento in chiaro segno di caldo e buona noia, Felice e il suo berretto sono in attesa di limare il blocco di ghiaccio per dissetare gli avventori, pochi, del pomeriggio.

“Qual è la vostra grattachecca di battaglia?”
“Dar Chioschetto”.
Ghiaccio, sciroppo di amarena, di tamarindo, succo di limone fresco con pezzi di cocco e amarene.

Scratch scratch. Il grattino lavora sul ghiaccio velocemente e si riempie subito. Sotto ha dei dentini che grattano e portano il ghiaccio nello spazio sovrastante, che si apre e si svuota nel bicchiere.

La differenza primaria tra una grattachecca e una granita è che la prima si mangia col cucchiaio. Se ti sei distratto e si è sciolto tutto, solo allora devi usare la cannuccia. Perché sono pezzi di ghiaccio belli grossi, devono scrocchiare sotto i denti al sapore di quello che hai sognato dopo una camminata faticosa grondante di sudore.

“Daje che fa calloooooooo” recita uno dei bigliettini del chiosco. Io invece chiedo, perché sotto devono esserci aneddoti incredibili. E infatti. “Questo chioshetto è degli anni ‘30”, mi racconta Felice. “Ed è il primo che si incontra prima del centro della città. È un luogo del quartiere, frequentato perlopiù dalle famiglie del quartiere. Li conosco quasi tutti per nome, alcuni li ho visti nascere. E capita spesso che gli anziani si fermino per rinfrescarsi e mi ricordino come anni fa si siano fidanzati proprio prendendo una grattachecca qui, con mio padre a servirli”. Il padre era fuori, a passeggiare con le mani dietro la schiena.

“È un mestiere che si tramanda, e sono felice che i miei figli già inizino ogni tanto a venire.”

Ovviamente, essendo pochi, non mancano le storie, quelle succulente e da sogno.

Non ci viene più molto, ma in questi anni, Totti è passato diverse volte, è nato e cresciuto in questo quartiere. Me lo ricordo da bambino, ancora prima che iniziasse a tirare calci ad un pallone. Il bello è che come ce lo tramandiamo noi, lo fanno anche i clienti: per cui anche lui è venuto con la sua famiglia, a far felici i suoi figli”.

La prima grattachecca del pomeriggio non si scorda mai, rinfrescante. Con immagini di pura tenerezza.

Grattachecca a Testaccio

Penso che il Testaccio sia il quartiere più caldo di tutta Roma. Con il Tevere accanto, tutta la calura si racchiude in quel quartiere a blocchi dove c’era il mattatoio della città. E proprio perché si muore, non poteva mancare uno dei grattacheccari più amati.

Grattachecco a Testaccio
Grattachecca a Testaccio

Roberto, che ora ha 50 anni, ha una storia diversa rispetto agli altri: il chiosco non l’ha ereditato, l’ha comprato dalla sua vicina di casa una trentina di anni fa. Qui si mangia la grattachecca al Lemoncocco, la più ambita, la più famosa e forse, la più buona di Roma. Intorno nessuno, deserto, solo il rumore delle cicale. Roberto e la moglie lo gestiscono e mi raccontano le loro storie.

Grattachecca Lemoncocco

“Il Lemoncocco nasce come bibita, ancora molti anziani vengono per quello. Limone e cocco, rinfrescante, e poi si mangiano il limone, la parte bianca. Così si serve nella grattachecca.”

La sua faccia è accaldata, le braccia forti. “Ho iniziato a fare questo lavoro perché da piccolo prendevo il ghiaccio e me lo mangiavo guardando i cavalli passare da sotto la finestra.”

Ma se una volta si prendeva dall’Abruzzo, ora da dove viene questo ghiaccio? “Fino a qualche anno fa c’era uno stabilimento a San Lorenzo che lo faceva per tenere in fresco la birra Peroni. Poi si è iniziato a farlo in casa e ora deve superare degli standard e non si fa più.

È dura, perché costa, come costano le bottiglie, ma in estate lavoriamo tanto e ci concediamo i primi tre mesi d’inverno di vacanza”.

Basta domande, non era più tempo, il silenzio ci stava molto meglio. Un'anziana simpatica coppia ha preso una bibita lemoncocco e mangia il limone a morsi. Basti sapere che ci girarono Accattone di Pasolini.

Grattachecca La Fonte d'Oro (Trastevere)

La grattachecca che io mi ricordo di più, che vedo sempre, è quella che fa angolo prima di arrivare a piazza Gioacchino Belli, Trastevere. La Fonte d’Oro. Un po’ turistica, in più lingue, è in realtà il più antico chiosco di Roma.

La Fonte d'Oro
La Fonte d'Oro

Per far fronte alla maggiore richiesta di grattachecche, essendo in un punto strategico e turistico, i gusti non sono solo quelli classici, anche se secondo Alessandro, il ragazzo trentenne che mi ha servito, sarebbe proprio lì che è nato il gusto Lemoncocco.

Ci prepara una zuccherina grattachecca arcobaleno, piena di sciroppi e frutta e comincia a parlare a ruota libera.

“Fu il mio bisnonno a fondare questo posto nel 1913, ed è stata mia nonna Franca a inventare la grattachecca con la frutta sopra, amarene e limone. Gli sciroppi erano artigianali e tempo fa era anche una gelateria e un piccolo alimentari, così da lavorare anche d’inverno.”

La grattachecca che mi fa non viene grattata, ma il ghiaccio viene prima spaccato e poi passato in una macchina meccanica che lo tritura.

“Serve a risparmiare tempo, sicuramente. E poi per igiene: siamo sul Lungotevere, non possiamo tenere il ghiaccio fuori. Comunque abbiamo avuto anche noi le nostre soddisfazioni: una volta ci venne Leonardo Di Caprio appena dopo Titanic e Alberto Sordi e la Sora Lella si batterono quando a Italia ’90 dovettimo chiudere per problemi di burocrazia assurdi.”

Non c’era la nonna Franca, mi è dispiaciuto molto. Era tempo di andare. Con la terza grattachecca in corpo e la pancia sempre più gonfia.

La Grattachecca di Sora Mirella

Poco più in là, verso l’Isola Tiberina, c’è un chiosco che tutti conoscono. Quello della Sora Mirella, scomparsa da pochi mesi, che ha portato a conoscere la grattachecca in tutto il mondo con pubblicazioni internazionali importanti.

Sora Mirella Grattachecche
Sora Mirella

A lavorarci un sacco di ragazzi e ragazze, oltre al proprietario, figlio di Mirella, figli, nipoti, e tutta la famiglia. Alessandro, classe ’69, è innamorato del suo lavoro, gli brillano gli occhi forte ed è pronto a raccontare le sue storie.

Alessandro.

“Non leggere su internet. La grattachecca si chiama così perché il primo chiosco era un baracchino che passava per le strade di Trastevere e la moglie del proprietario di chiamava Francesca. Per cui lui continuava a dirle “Gratta, Checca, gratta!”.

È informato e intransigente.

La grattachecca si fa a mano. Punto. Sennò chiamala in un altro modo. Anzi, storicamente si faceva mettendo il ghiaccio nelle mani dei clienti, si versava lo sciroppo e tu lo mangiavi così, senza cucchiai e niente. Il mio intento è quello di mantenere le tradizioni vere di questo primo street food romano ma modificandola per i nuovi gusti. Per cui ci faccio un sacco di cocktail, ad esempio.”

Una delle questioni più sofferte è il lavoro estivo, che va dalla mattina alla sera. Come funziona?

“Funziona che tu stai qui, dal giorno alla notte. pensa che mia madre l’ho vista una sola volta in spiaggia, a 60 anni. In inverno diventa un piccolo bar”.

Essendo proprio accanto al ristorante della Sora Lella non ho potuto non chiedere, mentre la grattachecca che mi avevano fatto si scioglieva piano, io rapito.

“Me la ricordo, nell’ultimo periodo ci fu una volta che dovettimo aiutarla a uscire dalla macchina per quanto era grossa. Ma che donna. Invece ho avuto l’onore di servirne una a Michelle Obama. Sento un sacco di polizia e elicotteri, vedo arrivare questi tizi minacciosi e alla fine, da dietr, è spuntata lei. È stata una grande emozione.”

Alessandro mi ha raccontato un po' tutto, il tempo di una foto tutti insieme, belli sorridenti e siamo ripartiti per l’ultima.

La Grattachecca di Sora Maria

Sora Maria è un pezzo anche di me, me ne parlava il mio ex suocero che ci andava da bambino. Non nel solito centro, ma a Trionfale, in Prati.

Sora Maria Grattachecca
Grattachecca di. Sora Mirella

Guarda caso, il compleanno lo festeggiava quel giorno, il 29 giugno dal 1933. Il caso, a volte. Nacque con i soldi della dote.

Il chiosco non era dei soliti in ferro battuto, più anni 70, con grafiche moderne e due ragazze carine dietro il banco, Giulia e Martina. Sono cugine e mi hanno fatto una grattachecca usando il ghiaccio in cubetti triturato con una macchina elettrica. Non proprio tradizionale, ma non giudico nessuno.

Loro mi raccontano della loro infanzia, poco prima di lavorare.

“Da piccole a casa di nonna c’erano sempre i frigoriferi pieni di ghiaccio, perché lo facevamo noi. E il nonno stava lì a pulire pazientemente i cocchi, si facevano gli sciroppi soprattutto quello d’uva”.

Uno dei primi ingredienti mai usati è il tamarindo, che non è proprio di quelle zone, ma ha proprietà curative.

“Era un medicinale ed è fresco. Insieme al succo d’uva è la storia della grattachecca romana. oggi gli sciroppi sono perlopiù commerciali, di poche marche. Ma il limone viene spremuto sempre a mano fresco”.

Se avessi aspettato un attimo avrei visto una delle nonne. Ho aspettato, l’ho vista, era bellissima.

Sono entrato nel chioschetto a fare una foto con loro, da una porticina piccola piccola piccola. Mi ha stretto la mano, mi ha sorriso, io avevo il cervello congelato, lei non aveva età.

A vederle da fuori, queste generazioni erano bellissime.

E ho pensato che puoi girarla come vuoi, ma che le storie sarebbero state sempre le stesse. Popolari, luminose, romane, vere.

Vere che fossero le grattachecche.

E siamo andati via, in una di quelle giornate calde che ti fanno innamorare anche se tutto va veloce.

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